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Epidurale: sì o no? Opinioni a confronto. Ecco cosa sapere.

26 febbraio 2017
epidurale sì o no opinioni

Epidurale: sì o no? Quali sono le opinioni più diffuse? Questo è un dilemma che attanaglia molte mamme in procinto di partorire.

Alcune donne non hanno dubbi: se partorire senza dolore è possibile, perché non ricorrere all’anestesia epidurale? Dall’altra parte ci sono mamme che sono per il “100% nature”. Di fatto solo il 15,3% delle donne italiane ricorre all’anestesia epidurale.

Incide anche la difficoltà organizzativa di alcuni ospedali: un’indagine della società italiana di analgesia, anestesia e rianimazione (SIAARTI) dice che soltanto la metà dei reparti di ostetricia può offrire il servizio, e neppure per 24 ore al giorno. Per non parlare delle false credenze e delle aspettative sbagliate che hanno certe mamme.

Vedremo in questo articolo di dissipare un po’ di dubbi. Uno dei più comuni è la differenza tra epidurale e spinale.

Epidurale o spinale: qual è la differenza?

Sia la spinale che l’epidurale sono anestesie loco-regionale lombari, che prevedono una puntura nella schiena. Con l’epidurale, o peridurale, l’anestetico viene iniettato nello spazio tra il canale osseo della colonna vertebrale e la dura madre (da qui il nome), e l’effetto si riscontra dopo circa 15-20 minuti. Invece l’anestesia spinale, prevede che il farmaco venga iniettato intorno al midollo spinale e quindi più internamente, e agisce nell’arco di due-tre minuti.

La differenza sostanziale tra le due sta nel fatto che con l’epidurale la quantità di farmaco e la durata dell’analgesia possono essere modificate in base alle esigenze nel corso del travaglio e del parto, grazie all’applicazione di un catetere. La spinale invece si somministra con una singola iniezione, senza caterere.

Ecco perché la spinale viene usata nel cesareo mentre l’epidurale nel travaglio e nel parto, perché di questi ultimi non si può stabilire a priori la durata.

Quando viene fatta l’epidurale?

Molte mamme iniziano ad “invocare” l’epidurale già nelle primissime fasi del travaglio, per sentirsi dire che è ancora troppo presto. Infatti l’epidurale può essere eseguita solo quando il collo dell’utero è appianato e si inizia a dilatare.

epidurale come viene fatta

Epidurale: perché no e perché sì?

Come dicevamo ad inizio articolo ci sono delle mamme che la rifiutano categoricamente: questo perché sostengono che l’epidurale faccia perdere alla donna la capacità di partecipare attivamente al parto. C’è da dire che, in base alle quantità di analgesico iniettato secondo quanto indicano i protocolli seguiti dagli ospedali italiani, con l’epidurale la donna continua ad avvertire le contrazioni uterine, ma non sente (o avverte meno) il dolore legato alle contrazioni stesse. Quindi di fatto la donna può partecipare ugualmente al parto, può  camminare e/o assumere le posizioni che più desidera per tutta la durata del travaglio (infatti l’epidurale viene anche chiamata “walking analgesia”). Comunque è anche opportuno dire che il dolore del travaglio, in alcuni casi, può essere utile a collaborare in maniera più incisiva alla fase espulsiva. Probabilmente anche per questo si riscontra un aumento del rischio di parto con ventosa in caso di epidurale, soprattutto quando si somministrano dosaggi più elevati di farmaco, che annullano la sensibilità muscolare.

Epidurale e dolore: il parto è davvero indolore?

Mi dispiace deludervi, ma no, la risposta è no. La riduzione del dolore è di certo importante, quanto meno nella fase dilatante. Invece, nella fase espulsiva, essendo che sono coinvolti nella trasmissione del dolore dei nervi che, per essere bloccati, richiederebbero una quantità maggiore di anestetico, i benefici vengono ridotti. Una quantità maggiore di farmaco, infatti, potrebbe indebolire quei muscoli senza il cui intervento non potremmo effettuare spinte efficaci per far nascere il bambino.

(Potrebbe anche interessarti: “Tornassi indietro sceglierei il parto cesareo“)

Epidurale: opinioni a confronto

A tal proposito ecco il parere di due specialisti

Epidurale: perché sì

” Il parto non è una malattia e non va medicalizzato a tutti i costi, ma non per questo dobbiamo trasformare la donna in un’eroina o in una vittima: nel momento in cui il dolore produce sofferenza e non si controlla più, non c’è alcun motivo per non trattarlo […] L’esperienza del dolore nel travaglio di parto è soggettiva ed è influenzata da numerosi fattori, quali le diverse situazioni culturali e religiose, la storia personale, le precedenti esperienze, le condizioni psicofisiche correlate alla durata del travaglio, allo stato di benessere, alla preparazione fisica, al vissuto della gravidanza, al rapporto di coppia, allo stato lavorativo, alle aspettative future, alla presenza o meno di una rete di sostegno e, in alcuni casi, allo stato assistenziale in travaglio.

Non è detto dunque che la stessa quantità di dolore crei lo stesso tipo di sofferenza in ogni partoriente: ci sono donne che riescono per così dire ad estraniarsi, altre talmente concentrate sul dolore da percepirlo come insopportabile. In tal caso il rischio è di andare in iperventilazione, ossia avere una respirazione così affannosa e superficiale da provocare una riduzione del flusso placentare, oltre a poter causare cali di pressione alla mamma.

Riuscire ad attenuare il dolore significa una migliore respirazione, che migliora di riflesso la circolazione placentare, ed un maggior rilassamento muscolare che aiuta a dilatare i tessuti, favorendo la discesa del bambino. Senza considerare che rendere più sopportabile il dolore consente di vivere il travaglio con più serenità.

In conclusione, il parto non è una malattia e non va medicalizzato a tutti i costi, ma non per questo dobbiamo trasformare la donna in un’eroina o in una vittima: nel momento in cui il dolore produce sofferenza e non si controlla più, non c’è alcun motivo per non trattarlo”

(Gianfranco Camilletti, anestesista)

Epidurale: perché no

” Prima di chiedersi se fare o no l’epidurale, bisogna valutare qual è la propria motivazione di fronte al parto, se si pensa a questo evento solo come un’esperienza faticosa, da far passare più in fretta e nel modo meno doloroso possibile, o piuttosto lo si considera un’esperienza importante da vivere in tutte le sue componenti.

Potremmo paragonare il parto alla salita in cima ad un monte: ci si può andare a piedi o con la funivia. Con la funivia ovviamente il percorso è molto più comodo, ma si perde il gusto della passeggiata, del fermarsi a riprendere fiato ed ammirare il panorama, si perde la soddisfazione di essere riuscite con le proprie gambe ad arrivare fino alla fine. Il parto è l’occasione della vita, in cui il corpo ha l’opportunità di misurarsi con se stesso, mettere alla prova le proprie risorse. Vivere il parto dopo nove mesi di gravidanza permette di dar voce a tutto quel che si è affrontato durante l’attesa, di ‘chiudere il cerchio’ con un momento quasi catartico. Ed è proprio dal contatto intenso col proprio bambino che parte l’energia del parto o, per meglio dire, l’empowerment, che dà fiducia nelle proprie capacità e la convinzione di potercela fare.

Come per scalare una montagna bisogna equipaggiarsi a dovere, per godere appieno del proprio parto è importante crearsi tutte le condizioni perché sia vissuto come una bella esperienza: cercare il posto migliore dove partorire, affidarsi ad una buona ostetrica, scegliere la persona che vogliamo accanto, ma soprattutto cercare di vivere un travaglio più naturale e meno medicalizzato possibile.

Il parto accelerato con ossitocina, il parto indotto, il travaglio in posizioni obbligate: tutto questo rende l’esperienza estremamente dolorosa. Potersi mettere nella posizione che si desidera, rispettare i ritmi naturali di discesa del bambino, godersi le pause fisiologiche, che permettono di riposarsi e di riprendere fiato, tutto questo facilita un buon parto! Le contrazioni sono dolorose, è vero, ma il dolore a sua volta stimola la produzione di endorfine, che sono ormoni morfinosimili, una sorta di anestetico naturale, che fa perdere il senso del tempo e riduce la percezione del dolore fisico.

Considero l’epidurale una buona possibilità per quelle poche donne che non riescono a controllare il dolore e che hanno problemi a sentire il proprio corpo che si trasforma, che sin dalle prime contrazioni provano grande paura e un senso di non potercela fare, quelle che avrebbero richiesto il cesareo senza un motivo medico.

In tutti gli altri casi sarebbe più utile preparare le donne a vivere, fisicamente e psicologicamente, il momento del parto, sostenerle durante il travaglio, rassicurandole quando tutto è fisiologico, aiutarle a superare la paura, che è paura del dolore ma anche paura dell’ignoto”

(Marta Campiotti, ostetrica)

Adesso avete in mano molti strumenti per misurare e decidere: epidurale, sì o no? Qualunque sia la vostra scelta, vi auguro un parto meraviglioso ed emozionante!

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