I bambini non vanno lasciati piangere. Sappiamo bene quanto i pareri in fatto di gestione del pianto siano contrastanti e che non si sia mai trovata una valida soluzione.
I bambini non vanno lasciati piangere questo è sicuro!
Far piangere o non far piangere. Un dilemma che ci accompagna non appena diventiamo madri e ci rende vulnerabili, non sapendo bene come comportarci. C’è chi preferisce che il proprio figlio si sfoghi e chi corre al primo suono, cercando di calmarlo prima che il lamento diventi pianto. Ma cosa dobbiamo fare?
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I bambini non vanno lasciati piangere
Richard Ferber, nel 1985, ha messo in pratica un metodo denominato “Ferberizing” che consisteva nel lasciare i bambini nel lettino ad autoconsolarsi. Una soluzione non accolta dalla maggior parte delle persone e professionisti del settore.
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In particolare Darcia Narvaez – Psicologa infantile e professoressa all’Università di Notre Dame – ha spiegato il perché i bambini non andrebbero mai lasciati piangere, avvalendosi anche di numerose ricerche sul caso:
- Un bambino che viene lasciato al suo pianto è decisamente molto stressato, in quanto i livelli alti di cortisolo nella saliva possono sviluppare alcune conseguenze negative. Lo afferma una ricerca pubblicata dall’Early Human Development e condotta dalla North Texas University dopo aver osservato 25 bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni, per una settimana. I livelli dell’ormone prodotto dal corpo in caso di stress – cortisolo – restavano molto alti se nessun adulto interveniva durante il pianto, lasciandoli in una condizione pericolosa di stress.
- Mettere a dormire un bambino da solo e non intervenire se piange, può causare alcuni danni alle sue future capacità sociali e intellettive.
- Il pianto produce stress e – di conseguenza – questo può inficiare in maniera negativa sul cervello. Nel primo anno di vita è fondamentale che la rete di connessioni celebrali possa svilupparsi e stabilizzarsi in maniera adeguata. Per questo motivo è utile intervenire per non verificare stati di ansia e depressione durante la sua crescita.
- Il pianto produce stress e, oltre a quanto sopra descritto, si aggiunge una probabilità alta di eventuali problemi comportamentali esponendo l’adulto di domani ad iperattività – tendenza ad isolarsi e rendimento scolastico molto basso.
- Un pianto continuo potrebbe causare un quoziente intellettivo molto basso, che si nota dopo i cinque anni di età.
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Nonostante si pensi il contrario, il bambino che non viene considerato durante il pianto diventa dipendente dai genitori e dalla ricerca di attenzioni, creando un effetto domino preoccupante.

Perché i bambini piangono?
Il pianto è il primo linguaggio con il quale i neonati possono farsi comprendere. Farsi notare e l’unica modalità che conoscono per chiedere qualcosa – qualsiasi cosa. Ci chiediamo spesso di cosa abbiano bisogno e se possano stare male, sperimentando quella sensazione di ansia e frustazione che nei primi mesi prende il sopravvento, facendoci tante domande.
“Sta male e io non so cosa sente”
“Avrà le coliche?”
“Avrà fame? Gli do poco da mangiare?”
“Magari non ha sonno, non lo so”
Come in tutti i cuccioli di mammifero, il pianto del bambino è un riflesso importante e bisognerebbe preoccuparsi succedesse il contrario. Le motivazioni del pianto bambino sono tantissime e si differenziano per ogni soggetto, situazione e metodo di crescita; in linea generale possiamo valutare che:
- Piangono se non hanno digerito e mangiato velocemente.
- Quando hanno coliche gassose, soprattutto durante le ore serali.
- Piangono perché il pannolino è bagnato, perché hanno freddo oppure caldo o è semplicemente scomodo.
- Per il fastidio della luce o del troppo rumore.
- Perché hanno mal di gola, la febbre, disagio fisico.
- Piangono perché vogliono sentire il calore della propria mamma, il suo tatto e il suo odore (molto importante durante i primi mesi di vita e oltre).
- O hanno semplicemente fame.
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Come per tutte le cose ci vuole consapevolezza e ragionamento, cercando di capire cosa voglia dirci il bambino e fare quello che ogni mamma si sente – agendo di istinto e facendosi aiutare (ma non comandare!).
